Un posto dove regna l’assenza: seguiamo Simona Binni a Silverwood Lake

quanto ci piacciono questi graphic novel?, recensioni

Ci sono giorni in cui solo una storia a fumetti può salvarti. A me succede spesso e, fortunatamente, posso correre ai ripari nel minor tempo possibile, dato che ne ne ho sempre qualcuno a portata di mano.

La settimana scorsa ho iniziato a leggere Silverwood Lake, l’ultimo lavoro di Simona Binni edito da Tunué nella collana Prospero’s Books: suo primo graphic novel rivolto ad un pubblico più maturo (non ho ancora letto Amina e il vulcano e Dammi la mano, suoi graphic novel pubblicati, sempre da Tunué, nei Tipitondi, ma qualcosa mi fa intuire che accadrà presto). Non era una bella giornata, ma non avrei mai potuto pensare che ci fosse lettura più adatta al mio stato d’animo. Non sono mai stata in California, non sono mai stata al lago, non sono mai stata in campeggio, tanto meno a non sono mai stata in campeggio al lago a Silverwood Lake, ma qualcuno c’è stato per me, vivendo più vite di altrettante generazioni, più o meno distanti tra loro.

Due modi di raccontare la memoria, la stessa mano che disegna: Rughe e La casa, di Paco Roca

approfondimenti, letture incrociate, recensioni

Come al solito, di lunedì, torno qui a parlare di libri. Anzi, come accade ormai sempre più spesso, alterno alla letteratura classica la forma del romanzo a fumetti. Questo perché mi ritrovo piacevolmente a leggere graphic novel in quelle giornate magari impegnatissime, quando solo carta bianca e inchiostro non bastano. Quelle volte in cui il supporto visivo delle illustrazioni mi è più che necessario. 

Nei giorni scorsi ho recuperato due graphic novel di Paco Roca, disegnatore spagnolo edito in Italia da Tunué, di cui non avevo ancora letto nulla (mea culpa). L’ho fatto davvero a distanza di poco tempo: ho letto prima Rughe (2013) e poi La casa (2016). Tanti sono stati i punti di contatto tra le due storie che ho pensato di sostituire quella che sarebbe diventata sicuramente la solita recensione del lunedì con una sorta di lettura incrociata. 

Vediamo se ci sono riuscita.

Senso del tempo, speranza e disillusione in Storie di un’attesa

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In passato il verbo o, meglio, l’azione di attendere aveva un significato diverso rispetto ad oggi. Forse dovremmo dire che aveva significato, punto. Ora siamo troppo abituati a vivere nel “qui, adesso e subito”, c’è un bisogno reiterato di stare sempre sul pezzo (e i vari social, c’è da ammetterlo, servono proprio a questo). 

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Per come siamo abituati, sarebbe impensabile aspettare un’ora e mezza sotto casa della ragazza con cui si ha un appuntamento, senza pensare di mandarle un messaggino. A maggior ragione sarebbe quasi comico desiderare di portare avanti una lunghissima partita a scacchi via posta e finire ad aspettare per mesi le mosse di un avversario sconosciuto. Figuriamoci, a questo punto, quanto possa sembrare assurda e anacronistica l’idea, data certamente da un’illuminazione divina, di impiegare gli ultimi anni della propria vita a prepararsi per una spedizione in Terrasanta.

Sono queste le tre storie principali che Sergio Algozzino mescola insieme nel suo ultimo lavoro, il graphic novel Storie di un’attesa, uscito lo scorso aprile per Tunué.

Niente è mai come sembra: la (nostra) vita con Mr Dangerous

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Ve lo dico sin da subito: mai avrei pensato, leggendo un romanzo a fumetti, di trovare, nella protagonista, una mia quasi-gemella… ma andiamo con ordine. 

Ogni storia porta dentro di sé un insegnamento, eppure sono poche quelle in grado di renderlo universale. Quando, poi, la scintilla arriva leggendo un graphic novel, niente di più inaspettato. Da anni ci si chiede se il genere del romanzo a fumetti debba entrare a pieno diritto nella letteratura. La risposta è sì, proprio per la sua capacità di rendere situazioni e stati d’animo con lausilio di tratto e parole scritte.

Ci riesce a meraviglia Paul Hornschemeier che, anni dopo Mamma, torna a casa (Tunué, 2007) presenta una nuova storia da cui imparare tanto, quella di La vita con Mr Dangerous.