Senso del tempo, speranza e disillusione in Storie di un’attesa

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In passato il verbo o, meglio, l’azione di attendere aveva un significato diverso rispetto ad oggi. Forse dovremmo dire che aveva significato, punto. Ora siamo troppo abituati a vivere nel “qui, adesso e subito”, c’è un bisogno reiterato di stare sempre sul pezzo (e i vari social, c’è da ammetterlo, servono proprio a questo). 

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Per come siamo abituati, sarebbe impensabile aspettare un’ora e mezza sotto casa della ragazza con cui si ha un appuntamento, senza pensare di mandarle un messaggino. A maggior ragione sarebbe quasi comico desiderare di portare avanti una lunghissima partita a scacchi via posta e finire ad aspettare per mesi le mosse di un avversario sconosciuto. Figuriamoci, a questo punto, quanto possa sembrare assurda e anacronistica l’idea, data certamente da un’illuminazione divina, di impiegare gli ultimi anni della propria vita a prepararsi per una spedizione in Terrasanta.

Sono queste le tre storie principali che Sergio Algozzino mescola insieme nel suo ultimo lavoro, il graphic novel Storie di un’attesa, uscito lo scorso aprile per Tunué.

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