Senso del tempo, speranza e disillusione in Storie di un’attesa

recensioni

In passato il verbo o, meglio, l’azione di attendere aveva un significato diverso rispetto ad oggi. Forse dovremmo dire che aveva significato, punto. Ora siamo troppo abituati a vivere nel “qui, adesso e subito”, c’è un bisogno reiterato di stare sempre sul pezzo (e i vari social, c’è da ammetterlo, servono proprio a questo). 

scheda-storie-di-unattesa-1

Per come siamo abituati, sarebbe impensabile aspettare un’ora e mezza sotto casa della ragazza con cui si ha un appuntamento, senza pensare di mandarle un messaggino. A maggior ragione sarebbe quasi comico desiderare di portare avanti una lunghissima partita a scacchi via posta e finire ad aspettare per mesi le mosse di un avversario sconosciuto. Figuriamoci, a questo punto, quanto possa sembrare assurda e anacronistica l’idea, data certamente da un’illuminazione divina, di impiegare gli ultimi anni della propria vita a prepararsi per una spedizione in Terrasanta.

Sono queste le tre storie principali che Sergio Algozzino mescola insieme nel suo ultimo lavoro, il graphic novel Storie di un’attesa, uscito lo scorso aprile per Tunué.

Ci sono un conte di una famiglia nobilissima, un giovane ebreo benestante e figlio di un imprenditore tessile e un ragazzino come tanti, nella sua spensierata estate da liceale. Come diversa è l’estrazione sociale dei tre protagonisti, apparentemente lontani tra loro sono anche i tempi in cui vivono: fine Ottocento per il conte, anni Trenta del Novecento per il giovane, primissimi anni Novanta, walkman (anzi il mangiacassette, non esistevano ancora i cd nel luglio millenovecentonovantatré) e  i Queen a stecca per il quindicenne.

1472239151347-jpg-sfumature_di_un_attesa_lunga_un_secolo_nel_nuovo_lavoro_di_sergio_algozzino

A fare da sfondo a questa narrazione eterogenea, ma sapientemente costruita, c’è sempre Palermo, bellissima: prima barocca, poi liberty, infine provata emotivamente dagli anni bui degli omicidi mafiosi.

Una cosa è chiara fin dalle prime pagine del libro, ance se passa volutamente in secondo piano: a reggere i fili delle tre storie che, nonostante l’evidente sfasatura temporale, si completano a vicenda e diventano l’una il continuo dell’altra, c’è l’autore. Algozzino, prima di dare il via alla narrazione, ci illustra il suo personale concetto di attesa, strettamente collegato al ricordo del finestrino della Clio paterna:

Quel finestrino era il mio orologio quando non avevo un cellulare in tasca, pronto ad avvertirmi per ogni cosa e a farmi scandire il tempo ancora più rigorosamente.

Non è finita qui: a fare da intermezzo troviamo, quasi fossimo a teatro, dei raccontini ancora più brevi e veloci, quasi sempre abbozzati, ma non per questo non particolareggiati: dalla giovane coppia in ansia che, insieme, aspetta il risultato del test di gravidanza, agli ultimi pensieri formulati a fatica di un anziano in punto di morte, passando per l’attuale e noiosissima attesa da streaming davanti allo schermo del pc, fino alle strisce in bianco e nero dal sapore manga che fantasticano su una strabiliante soluzione ai problemi del traffico – proprio come farebbe Mazinga.

Quello che Algozzino ci presenta in Storie di un’attesa è un micromondo in cui il passato (più o meno) prossimo e il presente si rincorrono e si fondono in un’unica storia. A farla da padrone è l’Attesa, quella con la “a” maiuscola, che si fa portatrice di una sola imprescindibile verità: il tempo scorre con o senza di noi. Qui la narrazione sembra abbandonare le tre parti ideali in cui è divisa (e non solo, tenendo conto degli sketch più brevi) fino a scontornarsi dai personaggi e dalle loro vite per riflettere sul senso eterno del tempo e su ciò che rimane una volta che, purtroppo, le aspettative vengono disilluse.

Che sia l’ombra scura della morte, la perdita della persona amata o il due di picche ricevuto dall’amore di un’estate a quindici anni, il tempo è più forte di qualsiasi cosa ed è solo l’attesa quella che conta, proprio come ingegnarsi a preparare una spedizione in Terrasanta, battersi a scacchi per mesi con uno sconosciuto via posta, aspettare quasi due ore sotto casa di una ragazza. Niente è stato vano, resta sempre qualcosa: proprio il tempo, solo il tempo.

1472239181163

Storie di un’attesa, Sergio Algozzino, Tunué, pp. 144

Annunci

2 pensieri su “Senso del tempo, speranza e disillusione in Storie di un’attesa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...